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Oltre
alla sala, la Fenice del 1792 vedeva la decorazione dell'atrio
ad affresco e stucchi, con figure campite su fondi chiari,
definito "bellissimo" da Antonio Diedo. Una scalinata
imponente portava al piano superiore dove erano le sale da
ritrovo, compresa quella da ballo, le cui pareti, scandite
da lesene corinzie, erano impreziosite da grandi specchiere.
Gli architetti che parteciparono al concorso in genere trascurarono
il problema della progettazione della facciata e della sua
decorazione. Solo il Selva dichiarò che "nel nominato
Prospetto ho studiato di evitare la rappresentazione del Tempio,
e della Casa, e l'ho simboleggiato per l'uso che deve avere".
Ed in effetti la facciata presenta una soluzione di grande
coerenza, dal momento che tutti gli elementi decorativi la
definiscono inequivocabimente come fronte di teatro com'era
nella sua volontà. Difficile dire a chi possano essere
attribuite le decorazioni, anche se sembra si possa parlare
di "scuola bolognese". Forse l'autore delle due
Muse in pietra tenera può essere stato lo scultore
Giovanni Ferrari, dal momento che non mancano analogie con
la serie degli uomini illustri scolpite dal medesimo per il
Prato della Valle a Padova. Di certo opera del giovane tagliapietra
Domenico Fadiga, invece, i rilievi. Anche alla facciata di
terra, come già alla sala teatrale, non vennero risparmiate
critiche malevole, mentre unanimemente apprezzata fu invece
l'entrata dal Rio Menuo, con il suo portico a bugnato e le
grandi finestre che portavano luce al palcoscenico.
Questo,
per sommi capi, il tanto atteso nuovo teatro di Giannantonio
Selva che, dal punto di vista delle funzioni, doveva essere
uno spazio per la commedia e per l'opera musicale, destinato
ad essere cancellato dall'incendio del 13 dicembre 1836. Dal
racconto degli ingegneri Tommaso e Giambattista Meduna si
apprende che verso le tre di quella notte il guardiano venne
svegliato
...
dal denso fumo che aveva invaso la stanza, ed affacciatosi
alla finestra prospettante la scena, vide appreso il fuoco.
Sbigottito dalla paura, più presto cercò di
sottrarsi al pericolo, che di fare osservazioni. Il clamore
delle di lui grida fu accresciuto dalle altre del custode,
il quale svegliatosi, vi accorse dall'abitazione contigua.
Alle voci di allarme, dischiuse d'impeto le porte, vi entrarono
i pompieri dal prossimo quartiere pronti a soccorrere....
ma intanto il fuoco, fatta baldoria, nelle quinte della scena
e nelle tele ... e trovata esca nei riseccati legnami ingargliardiva
e si estendeva così rattamente da non lasciar tempo.
La tetra luce, onde venivano in quella notte rischiarati gli
edifizii della città e le isole sorgenti dalla laguna
d'intorno formava un tristissimo quadro. Gli abitatori delle
case prossime atterriti fuggivano, correndo per le vie, e
si ricoveravano in altre che danno sicuro asilo.
Il
fuoco, provocato da una stufa austriaca di recente installazione,
durò tre giorni e tre notti, e focolai incandescenti
furono scoperti tra le ceneri fino al diciottesimo giorno.
Pur
rimanendo di proprietà della Societas che l'aveva costruita,
durante la dominazione francese la Fenice assunse chiaramente
la funzione di teatro di Stato. Per accogliere come si conveniva
Napoleone, si pensò di addobbare la sala in celeste
e argento secondo il nuovo stile Impero che si stava diffondendo.
La visita avvenne il martedì 1 dicembre 1807 ed in
onore dell'illustre ospite venne rappresentata la cantata
"Il giudizio di Giove" di Lauro Corniani Algarotti.
Seguì, il giovedì successivo, una grande festa
da ballo. La sala del teatro, sfarzosamente addobbata, nella
testimonianza del regio bibliotecario abate Morelli "presentava
l'aspetto d'un luogo destinato al ricetto di personaggi della
più alta portata".
Al
fine di ovviare alla mancanza di un palco reale si costruì
una loggia provvisoria per accogliere l'imperatore, e solo
l'anno dopo si pensò di dare incarico al Selva, che
già aveva sovrinteso ai preparativi fatti per la visita
del 1807, di progettare una struttura fissa appositamente
studiata per ospitare il sovrano. Nel contempo si stabilì
di procedere ad una nuova decorazione della sala. Questa trasformazione
"napoleonica" sulla struttura della Fenice era stata
preceduta l'anno prima da un intervento attuato alla Scala
di Milano, capitale del Regno Italico. E da Milano, infatti,
giunsero, assieme ai quattrini necessari ai lavori (150.000
lire italiane), anche le linee direttrici per "la costruzione
del palco del Governo nel Teatro della Fenice, occupandovi
sei palchetti" e per le nuove decorazioni. Al concorso,
bandito il 4 giugno 1808 dall'Accademia di Belle Arti, quattro
furono i progetti che vennero esaminati dalla commissione,
tra i cui membri figurava anche il Selva.
Questa
scelse, già il 28 giugno successivo, i disegni dell'ornatista
Giuseppe Borsato presentati con il motto "nec audacia
defuit, sed vires", il quale, una volta che il progetto
venne approvato dal vice re Eugenio Beauharnais, potè
avere il contratto siglato già il 25 settembre. Il
progetto di Borsato, di netto stile Impero, prevedeva una
struttura a regolari comparti geometrici attorno ad un Trionfo
di Apollo sul cocchio attorniato dal coro delle Muse. Un soggetto,
quindi, chiaramente conveniente ad un teatro e, nel contempo,
una facilmente riconoscibile allusione al nuovo potente che,
nella migliore tradizione barocca, veniva assimilato al dio
solare. Attorniavano la scena centrale dieci medaglioni con
teste laureate e, sul bordo, quattro finti rilievi allusivi
alla musica, il tutto incorniciato da un fregio con maschere
e festoni retti da fenici e da genietti. Collaborarono alla
decorazione, che
fu portata a termine in tempo da permettere la regolare riapertura
il 26 dicembre 1808, altri pittori come "figuristi".
Dei tre chiamati dal Borsato a collaborare, sembra che Giambattista
Canal abbia lavorato all'affresco maggiore con il cocchio
di Apollo; Costantino Cedini abbia dipinto il nuovo sipario,
mentre Pietro Moro si sarebbe occupato dell'esecuzione dei
finti rilievi. Di netto contenuto ideologico furono, invece,
le decorazioni della loggia imperiale fatte per mano di Giovanni
Carlo Bevilacqua che scrisse di aver dipinto a guisa di bassorilievi
sulle tre pareti ed "a tempera Ercole che uccide l'Idra,
ed Ercole che coglie i frutti nell'Orto delle Esperidi",
raffigurando "sopra la porta un Genio militare in una
Biga tirata da quattro cavalli, coronato dalla Fama, e guidato
dal Dio Marte".
Quella
loggia che già il Selva il 6 luglio 1808 ebbe modo
di precisare che sarebbe stata "nell'interno armonicamente
ripartita con pilastri, quadrature, intagli e quattro specchiere,
il tutto messo ad oro e vernice....Il Baldacchino e lo Strato
... di veluto foderato di raso con ricchi galloni, frangie,
e fiocchi d'oro". E di certo la nuova loggia imperiale
dovette attirare l'attenzione di tutti i presenti alla serata
inaugurale il 26 dicembre, essendo essa divenuta il fulcro
della sala teatrale, tanto più che la decorazione,
secondo una scelta di coerente gusto neoclassico che consentiva
anche un apprezzabile contenimento di spesa, offriva raffinate
variazioni in monocromo. Comunque si conquistò il sincero
favore del Segretario della I.R. Accademia Antonio Diedo che
la definì "opera pregevolissima, che accoppia
in modo distinto la comodità all'eleganza", nonchè
gli apprezzamenti di Clemente di Metternich che, omaggiato
nuovo signore, potè assistere la sera del 16 dicembre
1822 ad uno spettacolo che lui stesso definì "sans
pareil" in una loggia che gli apparì "merveilleusement
belle". Tuttavia, ad appena tre anni dalla visita del
Metternich si rese necessario un restauro radicale dato che
"le autorità governative - avevano espresso -
ripetutamente il loro malcontento per lo stato indecoroso
nel quale era ridotta la decorazione della sala teatrale sia
a causa del tempo sia per le emanazioni di fumo delle lumiere
ad olio". Ad essere incaricato dei nuovi lavori fu ancora
una volta Giuseppe Borsato, scenografo ufficiale del teatro,
che vide approvato il suo progetto dalla commissione dell'Accademia
di Belle Arti l'8 luglio 1828. Elemento cardine della sala
diveniva ora il grande lampadario appeso ad una volta a padiglione
sottesa da otto vele che inquadravano altrettante lunette
con strumenti musicali e geni alati. Al posto del cocchio
di Apollo, Borsato raffigurò, con una sensibilità
già romantica, le dodici ore della notte "chiamate
a scioglier lietamente i lor balli, invece che riposando aspettare
l'astro del giorno", mentre per i parapetti dei palchi
scelse decorazioni monocrome raffiguranti foglie di acanto,
strumenti musicali, festoni, maschere, genietti. L'inaugurazione
della nuova sala avvenne il 27 dicembre 1828, e l'evento fu
in tal modo registrato dalla cronaca della "Gazzetta
Privilegiata di Venezia" due giorni dopo:
Entriam
di presente in mezzo alla elegantissima sala or ravvivata
dall'illustre pennello del Borsato. La volta a chiaroscuro
figura leggerissima una cupola, che mette nel centro ad un
ricco rosone, intorno al quale, con vaga ed allusiva rappresentazione
stanno le ore lietamente danzanti; chè meglio, e più
lietamente non so dove passino, e peccato pure che volino
così ratte, e sia mestieri attenderle da un anno all'altro!
Una larga fascia d'ornamenti trattati, egualmente a chiaroscuro
in campo d'oro, chiude intorno la cupola e fa capo ad un compartimento
d'otto lunette, sostenute da ricche mensole, e lo sfondo delle
quali è bello d'emblemi toccanti alle arti del canto
con alcune dive alate. Una vittoria in campo d'oro unisce
un bellissimo effetto l'una all'altra lunetta, dando maggior
risalto e maggior varietà alle tinte generali. Altri
emblemi, altri genii messi quale a colore, e quale a finto
rilievo, tengono gli spazi lasciati dalla volta generale di
sopra all'orchestra, e il di fuori de' palchi proscenii dell'ultim'ordine;
come un compartimento di bell'effetto divide il cielo del
proscenio col nuovo orologio nel mezzo. La pittura del soffitto
si lega a quella dei palchi per via di nobile quadratura con
modiglioni, e rosoni dorati, la quale si appoggia alla mezza
vetta disegnata a chiaroscuro di griffi, e di cigni. Un cotal
vivace giallognolo, che si vorrebbe però meno caldo,
e più d'accordo colle tinte del soffitto, colora l'esterno
delle pareti dei palchi, e tutto il disegno consiste in variati
ornamenti a chiaroscuro allusivi d'ordine in ordine, alla
tragedia, alla musica ed alla mimica, interrotti solamente
a quando a quando da qualche medaglia in campo d'oro, coi
busti di que' sommi, che nella triplice arte si sono levati
dalla schiera volgare ..... In mezzo a questo nuovo mondo
a lui surto d'intorno, solo ancora rimane a mostrar le venerande
vestigia del tempo, l'antico cornicione della scena.
Dopo
l'incendio del 1836, il Teatro venne ricostruito in tempi
brevi risultando "opera sì magnifica, ed elegante,
e in ogni sua parte così perfetta". Nella serata
inaugurale, il 26 dicembre, vennero rappresentati l'opera
"Rosmunda in Ravenna" di Giuseppe Lillo, ed il ballo
"Il ratto delle venete donzelle" di Antonio Cortesi.
Mentre l'originario teatro del Selva contemperava anche dal
punto di vista delle funzioni uno spazio che doveva ugualmente
comprendere la commedia e l'opera musicale, il restauro condotto
da Tommaso e Giambattista Meduna dopo l'incendio privilegiò
la sua destinazione musicale. Oltre che della ricostruzione
dell'interno, i due ingegneri-architetti si occuparono anche
delle decorazioni, fornendo indicazioni per il rifacimento
anche dell'atrio e delle sale apollinee, che si erano salvate
dalla distruzione del fuoco.
Questa
volta Giuseppe Borsato non volle partecipare al concorso per
la decorazione, probabilmente per favorire il suo congiunto
Tranquillo Orsi, professore di prospettiva all'Accademia,
che risultò vincitore. Questi ideò per il soffitto
della sala una struttura vegetale a intreccio che, dipartendosi
dal rosone centrale, costituiva una specie di pergolato, mentre
medaglioni e figure di ispirazione ercolanese completavano
la decorazione all'intorno. Questo nel progetto, poiché
in fase di realizzazione, cui collaborarono Sebastiano Santi
e Luigi Zandomeneghi, fece la sua apparizione una fascia perimetrale
con una serie di finti rilievi.
A
Giuseppe Borsato, invece, il governo affidò la decorazione
del palco reale, realizzata con una coppia di cariatidi di
legno dorato ed una corona imperiale da cui ricadevano cortine
color cremisi. Tra le novità rilevanti introdotte nella
struttura, si registrò l'arretramento dei pilastrelli
dei palchi con il conseguente aggetto dei parapetti ed un
beneficio per la visibilità. Ma non solo, perché,
come annotarono i fratelli Meduna,
...
l'aggetto dei parapetti è la maggiore appariscenza
delle signore, le cui attrattive fanno giocondo il teatro,
e colla loro eleganza gli danno bell'ornamento: né
si dubitò che tal effetto sarebbe mancato o scemato,
quando esse, occupate meno dello spettacolo che del conversare,
col discostarsi dalla sponda ne venissero occultate. Imperciocché
non è unico loro fine il vedere, né vogliono
che tornino vane, o rimangano inosservate le loro cure nell'abbigliarsi.
La
nuova decorazione suscitò pareri non sempre concordi.
Per la "Gazzetta Privilegiata di Venezia" del 28
dicembre 1837,
...
veramente sarebbe cosa difficile il veder nulla di più
vago e ridente della nuova sala della Fenice. V'ha non solo
quale dilicatezza di tinte ed armonia di splendori che l'animo,
entrando, ne rimane come preso e allegrato." E parlando
del proscenio "il soffittino è una gemma, in cui
la grazia e la bellezza della idea è pari alla felicità
dell'esecuzione. Ha in esso alcuni scompartimenti a finto
rilievo in cui la illusione dell'occhio si può dire
veramente perfetta. Alla quale semplicità della pittura
corrisponde e armonizza la semplicità delle cortine
di seta d'un cotal chiaro cilestro, che aiuta mirabilmente
l'effeto della pittura, e ci accresce quel non so che di fresco
e leggiero che vi si ammira.
Ben
diverso il parere del cronista del milanese "Pirata"
per il quale
il
rinnovato teatro è bello, gentile, galante, ma perché
sovrabbonda in gentilezza ed in galanteria manca secondo il
mio modo di vedere, di quel bello imponente che la vastità,
e la natura del luogo richiederebbero. Tutto tutto bianco
con ornati d'oro frammezzati da piccoli quadri a figure in
tinte leggerissime, e gli ornati essendo pur essi leggerissimi
si ha un tutto che risplende per una luce minuta la quale
si confonde quasi fra quella d'un ornato e quella di un altro,
e se attrae seducentemente l'occhio non lo fissa in nessun
luogo, su nessun oggetto, e quando lo alza alla volta vi trova
pure lo stesso minuto splendore, e solo colà può
fissarsi nella stella a color bronzo in oro da cui pende una
bella lumiera abbastanza ben illuminata. Le cortine poi dei
palchi seguitando l'adottato sistema di gentilezza, e di galanteria
sono d'un colore celeste chiaro assai, che smarrisce allo
splendore della lumiera, della ribalta, e dell'orchestra per
cui quei palchi appajono ornati di stoffa d'un bianco che
sentì le ingiurie del tempo. Il palco imperiale è
meschinissimo in tutta l'estensione del termine sì
per la ristrettezza dello spazio che occupa, che per gli addobbi
ond'è vestito.
In
occasione della ricostruzione dopo l'incendio, si rifecero
anche gli stucchi dell'atrio del Selva per mano di Giambattista
Lucchesi e Giambattista Negri, concordemente elogiati per
lo "stupendissimo" risultato ottenuto sostituendo
le scene affrescate del '700 con specchi e marmorini che mettevano
in risalto l'architettura. Una "... maestosa scala in
pietra con laterali balaustre, pur di pietra..." portava
alla "...grande ricca sala ad uso di accademie musicali
e di festini.... E' la sala decorata nelle pareti con pilastri
corintii a stucco, fra i quali sono infisse otto specchiere
di nove lastre con foglia per ciascuna, e con riquadratura
di legno all'intorno indorata." Qualche intervento toccò
pure alla facciata sul Rio Menuo dove gruppi di putti a monocromo
vennero affrescati nelle sette lunette del portico da Sebastiano
Santi; mentre nel vestibolo dell'entrata via terra furono
collocate due steli. Una a sinistra, opera di Luigi Zandomeneghi,
raffigurante Carlo Goldoni; l'altra a destra, scolpita da
Antonio Giaccarelli su disegno di Giambattista Meduna in omaggio
al Selva, mentre sulla facciata faceva la sua comparsa la
nuova insegna del Teatro in oro e celeste. Il successivo intervento
sulla sala della Fenice avvenne nel 1854, e fu dovuto alla
necessità di restaurare il soffitto, il che costituì
l'occasione per procedere ad una nuova decorazione secondo
l'estetica allora in voga. Al gusto allora imperante, tutto
aperto ai più diversi stili del passato ed all'esotico,
la decorazione del teatro, improntata a canoni tardo-neoclassici,
doveva sembrare ormai superata. Comunque, gli unici interventi
che si registrarono dopo la ricostruzione del 1837 riguardarono
solo il palco imperiale che la sollevazione popolare del '48
volle fosse abolito in quanto simbolo dell'oppressione austriaca.
Tuttavia, i sei palchi che allora vennero costruiti al posto
della loggia imperiale, che riportarono la Fenice alle sue
origini settecentesche, ebbero vita effimera. Il 22 agosto
1849, infatti, "ritornato l'Imperial Regio Governo Austriaco
venne da questo ordinato di ricostruire la loggia nella stessa
precedente sua forma, e ne fu tosto attuato il lavoro.."
dai Meduna.
Per
la decorazione del palco imperiale venne nuovamente chiamato
l'ormai vecchio Giuseppe Borsato che lo rifece "a disegno
più ricco e più complicato di quello di prima".
Tornando all'intervento del 1854, il bando di concorso per
il restauro e la nuova decorazione fu pubblicato il 7 gennaio
del '53 ma nessuno dei quindici progetti esaminati venne giudicato
all'altezza. Venne quindi accolto il progetto presentato da
Giambattista Meduna, anche se, per insistenza del governo
che caldeggiava il progetto dei lombardi Luigi Scrosati e
Giuseppe Bertini, si dovette indire nel gennaio del 1854 un
nuovo concorso. A vincerlo fu Giambattista Meduna, cui la
commissione espresse "grandissima lode all'insieme del
progetto, encomiandone la novità del concetto, la eleganza
degli ornamenti, l'armonia delle linee e dei colori, il ben
conservato carattere dello stile trascelto", anche se
non tralasciò di suggerire alcune modifiche di cui
il progettista tenne debito conto. Infatti la decorazione
che venne realizzata presenta numerose variazioni rispetto
ai disegni originariamente presentati. Anche il rosone del
soffitto venne modificato assumendo contorni frastagliati,
contribuendo a dare alla sala, con il complesso delle decorazioni
apportate, un aspetto decisamente settecentesco, quale essa
non aveva avuto neanche alla sua origine. "Se bramate
un'idea della decorazione, - si legge nella relazione della
commissione alla Società proprietaria del Teatro -
eccovene un cenno: Lo stile ornamentale partecipa del gusto
alla Berain, si accosta a quello che comunemente appellasi
Rococò, ma volgente alla Renaissance per renderlo di
maggiore sveltezza e leggiadria."
Sta
di fatto che il Teatro venne riaperto la sera di Santo Stefano
del 1854 "al pubblico impaziente e curioso in tutto lo
splendore della sua appariscente bellezza" con la rappresentazione
del "Marco Visconti" di Domenico Bolognese su musica
di Enrico Petrella. A lavorare al restuaro furono chiamati
artisti veneziani come il pittore Leonardo Gavagnin, l'ornatista
Giuseppe Voltan, lo stuccatore Osvaldo Mazzoran, mentre Pietro
ed Antonio Garbato con Alessandro Dal Fabbro si occuparono
della mobilia e degli intagli. Favorevole fu il commento di
Tommaso Locatelli della "Gazzetta Ufficiale di Venezia"
al lavoro del Meduna, mentre di tono diverso fu l'articolo
apparso nel giornale "I Fiori", che ebbe a pubblicare
che
primo
dovere ... dell'artista-decoratore di un teatro è quello
di decorarlo in modo che non nuocia all'effetto della scena,
e ognun sa che i troppo smaglianti colori della sala, le soverchie
dorature ... e la bocca-scena troppo vivace e seducente, sono
elementi che militano a scapito dell'effetto delle sceniche
decorazioni, scemano l'illusione, e stancano la vista dell'osservatore.
Da questo lato il nostro splendido e rinnovato teatro può
trovare qualche censura. La profusione delle dorature e delle
inargentature, la loro imbrunitura brillante; la sovrabbondanza
di fiori dipinti, i tanti medaglioni o patere, a colori che
distraggono lasciando pochi riposi; tutto ciò, fatto
più ardito da un'illuminazione splendida, può
abbagliare, può piacere, abbaglia anzi e piace; ma
non è forse ligio alle buone regole dell'arte decorativa,
avverso forse alla regola di ben ragionata decorazione teatrale.
Da
parte sua, e probabilmente con maggior spirito critico, Pietro
Selvatico osservò come lo stile "invece di essere,
come pretenderebbe, un rococò alla Luigi XV, è
un'accozzaglia di sfarzose ornature barocche sovrapposte alla
rigida linea classica ..... Nè con questo intendo dire
che manchi di sfarzosa eleganza il Teatro la Fenice; non intendo
scemar credito a parecchi ornamenti benissimo immaginati;
intendo solo dire che tutte quelle decorazioni non concordano
colla vecchia ossatura classica che si volle lasciar intatta."
Tutti i commenti, comunque, concordemente sottolinearono il
carattere marcatamente "barocco" o "rococò"
della sala, che Meduna enfatizzò passando dalla fase
progettuale alla realizzazione, in ciò assecondando
uno stile tornato prepotentemente di moda, facendo del palco
imperiale il vero e proprio culmine del rigoglio dorato. Egli
stesso, presentando il proprio progetto il 2 giugno 1854,
ebbe modo di scrivere:
Tutto
il Teatro per carattere e stile, per esso prescelto, per la
molteplicità degli ornamenti stessi e delle molte dorature
va a riuscire di non comune ricchezza. Pensava dunque il sottoscritto
che la Loggia destinata ed appartenente al Monarca dovesse,
come deve, vincere nell'effetto il Teatro, e ad ottenere questo
effetto nessuna parte deve rimanere scoperta d'intagli, di
dorature, di pregievoli dipinti, e che tutto prevalesse ad
un fondo di velluto. Suppose perciò un Padiglione nel
quale gli ornamenti possono essere espressione dell'uso.
Risultato
per altro riconosciuto dai contemporanei che, per la penna
del Locatelli, espressero la propria meraviglia di fronte
a tanta magnificenza:
La
loggia imperiale è tutto quello, che di più
signorile e sfarzoso uno possa ideare: lo sfoggio unito al
più elegante nitore; e quando diremo che ne adorna
il soffitto un quadro simboleggiante l'apoteosi delle scienze
e delle arti, nella sembianza di due vezzose donzelle; che
il velluto di cui le pareti si tendono sparisce sotto la copia
sterminata degli ori, che sfolgorano per tutto e di tutte
le guise, in pilastrini, in istatue, in festoni, in ghirlande
e cornici, intorno a porte, a quadretti, a specchiere con
ismalti di fiori, che a' lati e di sopra e' si chiude da regale
padiglion di velluto: quando tutto questo diremo, non avremo
renduto a mezzo l'effetto di quel tutto meraviglioso. Chi
le vide, assicura che più sorprendenti non sono le
magnificenze degli addobbi di Versaglia.
Richiamandosi
ad un Settecento immaginario, il Teatro nuovamente restaurato
dal Meduna si riallacciava al mito di un tempo felice ed irrimediabilmente
passato, quando ancora Venezia poteva essere annoverata tra
le capitali dell'arte e della cultura. Così, allo spettatore
che vi entrava, la ricca sala del Teatro poteva dare per un
momento l'illusione di rivivere quel passato glorioso e magnifico,
facendolo evadere dalla realtà di profonda crisi e
declino che la città invece drammaticamente viveva.
Ed il Teatro che venne inaugurato nel dicembre 1854 era praticamente
lo stesso andato perduto nel corso dell'ultimo recente incendio.
Rimane solo da registrare qualche significativo intervento
di Lodovico Cadorin fra il 1854 ed il 1859 negli ambienti
del piano nobile e negli stucchi dello scalone di accesso
alle sale apollinee, le cui tracce ad ogni modo furono disperse
dal "restauro" del 1937. Un altro intervento avvenne
poco dopo l'aggregazione di Venezia al Regno d'Italia, quando
si volle celebrare con spirito risorgimentale, per quanto
in ritardo, il sesto centenario della nascita di Dante affrescando
le pareti di un ambiente della Fenice con sei episodi della
Commedia e dipingendo nel soffitto una composizione allegorica
con il busto del poeta incoronato dall'Italia. Lavoro, questo,
attribuito a Giacomo Casa e destinato ad essere ricoperto
nel 1976 da dipinti di Virgilio Guidi. Quando nel 1937 si
costituì l'Ente Autonomo, si decise un rinnovamento
generale dell'edificio, accogliendo il progetto dell'ingegner
Eugenio Miozzi per la parte architettonica, e di Nino Barbantini
per quella decorativa. Si ampliò così l'atrio
terreno riproponendo la struttura architettonica del Selva.
Furono anche eliminati gli affreschi di alcune sale superiori
che vennero ornate con fasce a stucco di stile neoclassico,
collocandovi mobili di stile Impero. Nel corso dell'intervento
del '37, la sala teatrale fu toccata solo negli accessi alla
platea, che vennero sostituiti da una grande porta sotto la
loggia reale allora adornata con un grande stemma sabaudo.
Proclamata la repubblica, lo stemma monarchico sparì
per lasciare il posto al leone marciano.
CLAUDIO MADRICARDO
Originario de Venecia,
Italia. Graduado en Letras por la Universidad de Cà
Foscari. Articulista de periódicos y revistas italianas
e investigador de la historia véneta. Colaborador de
la "Fundación de Altos Estudios Musicales Ugo
y Olga Levi" de Venecia como relator en convenios de
estudio y ensayista sobre los músicos y el funcionamiento
de la Capilla Ducal de San Marcos -desde su fundación
hasta la caída de la República Véneta-.
Colaborador de la Oficina de Prensa del Teatro "La Fenice"
de Venecia y presidente de los Encuentros Internacionales
de Música Contemporánea, Festival Música
1900 de Trento; con Maurizio Dini Ciacci ha realizado los
preparativos de Construyamos una ciudad de Paul Hindemith,
y de El Pequeño Deshollinador y El Arca de Noé
de Benjamin Britten. Para el Teatro "La Fenice"
ha fundado Pocket Opera Italia, asociación promotora
de la producción de óperas del teatro musical
de rara intepretación de los siglos XVIII y XX. Desde
su nacimiento, Pocket Opera Italia ha dado también
espacio a las propuestas de teatro didáctico musical,
contribuyendo a la difusión del lenguaje musical entre
las nuevas generaciones, colaborando con recursos propios
con la Fundación Teatro La Fenice,
Fundación Arena de Verona, Festival Alternativo Lírico
de París, Taller Lírico de Tourcoing, Festival
Ópera Barga, Amigos de la Música de Palermo,
Comité Italiano de la Música (Cidim-Unesco),
UNICEF, Teatro Nuevo de Verona, Teatro Social de Trento, Auditorio
Santa Clara de Trento, entre otros.
claudio@claudiomadricardo.it
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